Un decreto, tante polemiche

Lo scorso 24 settembre il consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il “decreto Salvini”. Il testo del decreto, che tratta di immigrazione e sicurezza, è suddiviso in tre parti: la prima tratta la riforma del diritto d’asilo e della cittadinanza, la seconda la sicurezza pubblica, la prevenzione e il contrasto della criminalità organizzata; l’ultima parte, invece, si concentra sull’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia.

Abrogata la protezione per motivi umanitari

La prima parte del decreto, riguardante la riforma del diritto d’asilo, prevede l’abrogazione della protezione per motivi umanitari prevista in precedenza nel Testo unico sull’immigrazione. In sostanza, questo tipo di permesso di soggiorno non potrà più essere concesso; verrà introdotto, invece, un permesso di soggiorno per alcuni “casi speciali”, come ad esempio le vittime di violenza domestica o per chi necessita di cure mediche perché gravemente malato. In questa casistica speciale rientra anche chi emigra da un paese che si trova in una situazione di “contingente ed eccezionale calamità”.

Passa da 90 a 180 giorni il limite massimo di permanenza nei CPR per gli stranieri in attesa di rimpatrio. 30 giorni sarà, invece, il periodo massimo nel quale i richiedenti asilo potranno essere trattenuti negli hotspot al fine di accertare identità e cittadinanza. Aumentano i fondi per i rimpatri, 3 milioni e mezzo è la cifra stanziata per il triennio 2018 -2020

Commettere reati come violenza sessuale, produzione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, furto, minaccia o violenza a pubblico ufficiale comporterà l’immediata revoca dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria; inoltre, durante la fase di analisi della domanda di asilo, l’iter potrà essere sospeso nel caso in cui il richiedente abbia in corso un procedimento penale per uno dei reati che, dopo il giudizio definitivo, porterebbero ad un diniego dell’asilo stesso.

Giro di vite anche per il Sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati (Sprar), l’accesso al sistema di accoglienza ordinario sarà limitato solo a chi è già titolare di protezione internazionale o ai minori stranieri non accompagnati. I richiedenti asilo, inoltre, non potranno registrarsi all’anagrafe e non potranno, di conseguenza, accedere alla residenza.

Restrizioni anche per la concessione della cittadinanza; contrariamente a quanto avviene oggi, la domanda per ottenere la cittadinanza italiana potrà essere rigettata anche se è stata presentata da chi ha sposato un cittadino o una cittadina italiana. Nel decreto è stata inoltre introdotta la possibilità di revocare la cittadinanza in caso di condanna definitiva per reati legati al terrorismo

Il taser e i beni confiscati venduti ai privati

Nell’ambito della sicurezza pubblica è opportuno segnalare come l’utilizzo del braccialetto elettronico è stato esteso anche per gli imputati di reati come maltrattamento domestico e stalking. Nei comuni con più di centomila abitanti, inoltre, le polizie municipali possono sperimentare l’uso dei taser. Una novità che ha scatenato numerose polemiche; presentata come un’arma ad impulsi elettrici non letale per l’uomo, il taser viene ritenuto uno strumento di tortura dall’ONU e, secondo uno studio di Amnesty International, solo negli Stati Uniti è stato responsabile di centinaia di morti.

Nell’ultima parte del decreto, oltre ad un rafforzamento nello scambio di informazioni tra le amministrazioni interessate al fenomeno della criminalità organizzata, è stata predisposta una riorganizzazione dell’agenzia che si occupa della gestione dei beni confiscati dalla mafia, aprendo anche la vendita di quest’ultimi anche a soggetti privati.

Monta la protesta del mondo sociale

Salutato con soddisfazione dal Ministro dell’Interno, già dal giorno della sua approvazione, il decreto ha suscitato numerose polemiche. In un’intervista a Repubblica, don Luigi Ciotti ha sottolineato come sia “troppo rischioso vendere i beni confiscati ai privati. Ci vuole tanto rigore e attenzione, perché i boss provano sempre a riprendersi le proprie ricchezze”, il fondatore di Libera ha poi giudicato “un’inaccettabile riduzione propagandistica” mettere insieme argomenti come sicurezza, lotta alla mafia e immigrazione; quest’ultima questione “non si può ridurre a problema di ordine pubblico, il fenomeno va governato con la lungimiranza della politica perché riguarda i bisogni di milioni di persone”. Legacoopsociali , che a marzo, insieme ad Alleanza delle cooperative sociali, aveva firmato con il ministro dell’interno la Carta della buona accoglienza, esprime in una nota le sue preoccupazioni; Eleonora Vanni, presidente nazionale, sottolinea di aver “più volte ripetuto come siano necessarie verifiche sulla qualità dei percorsi di accoglienza e integrazione, ma annullare nei fatti il sistema dell’accoglienza diffusa realizzata in collaborazione con le amministrazioni locali, della promozione di comunità accoglienti e integrate che può essere testimoniata da numerose buone pratiche e ridurre il tema delle migrazioni umane alla esclusiva attività di sicurezza, pensiamo che non aiuti il progredire di questo nostro paese verso una visione certa e condivisa dei diritti umani di donne e uomini senza distinzione di sesso, razza e religione, come recita la nostra costituzione”.

Un sistema al collasso per ritardi burocratici

Mentre si accende il dibattito, in tutta Italia scoppia la protesta delle cooperative che lavorano nel campo dell’accoglienza dei migranti. Il ritardo accumulato nei pagamenti sta lasciando senza stipendio molti lavoratori, rendendo, al contempo, impossibile l’apertura delle nuove strutture richieste dalle prefetture, sovraccaricando così quelle esistenti. Circa nove mesi, è il tempo di attesa per ricevere dalla Prefettura i fondi ministeriali dedicati all’accoglienza, una gestazione che mette al collasso le cooperative e le realtà impegnate nella gestione dei richiedenti asilo.

La condizione di ritardo mette a rischio anche il virtuoso “modello Riace”, oggi venuto alla ribalta per l’arresto del sindaco Domenico Lucano con l’accusa favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il piccolo borgo calabrese è rinato grazie all’accoglienza; i migranti hanno permesso di vincere l’atavico spopolamento, tenere aperta la scuola (per la quale non c’erano alunni) ed inaugurare un nuovo asilo. Riaperte e affittate le case abbandonate e le botteghe chiuse da anni, dove i profughi – affiancati da giovani locali –  imparano mestieri tradizionali. Un caso di umanità, dove il problema è diventato risorsa, rischia di scomparire a causa di ritardi burocratici.

 

F.A.